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Bilal

FABRIZIO GATTI
“Bilal”
(BuR, 2008)
I libri etichettati come “mattoni” spesso sono tali solo a prima vista, quando si sfogliano frettolosamente in libreria e si nota che sfiorano le 5oo pagine. Ancora:aggiungeteci che il carattere è abbastanza piccolo. Ancora:questo malloppo cartaceo si trova pure sullo scaffale “saggistica-reportage”. Le premesse per troncare sul nascere l’ amicizia con questo volume ci sarebbero tutte,però…una volta tanto non sono l’autore (un giornalista de “L’Espresso”) o il titolo (né, tantomeno, il prezzo…)a farmi cambiare idea, ma il sottotitolo.“Viaggiare lavorare morire da clandestini”:così, un climax che allo stesso tempo sa di romanzo di formazione e di inquietudine.
Ecco che, con l’aiuto del risvolto di copertina, inizio a vederci chiaro: Gatti è l’inviato che si fece rinchiudere come immigrato per ben tre volte:in Svizzera, in via Corelli a Milano e nella gabbia di Lampedusa, denunciando sfruttamenti criminali e torture atroci. Il libro narra quest’ultima parte:Gatti diventa uno di quei “nuovi schiavi” che ogni giorno provano sulla propria pelle l’esperienza di un viaggio verso l’”Italian Dream”. In verità, quella che agli occhi miopi (anzi, presbiti) di tutti noi, abitanti del Belpaese, sembra solo un’ondata di “immigrati clandestini” è un’avventura fatta di atti eroici e di tragedie, di esseri umani che, per conquistare una vita migliore al di là del mediterraneo, sono trattati alla stregua di bestie da scafisti senza scrupoli, organizzazioni criminali, aziende, addirittura forze militari e,soprattutto, governi, che invece di impedire il “commercio di carne umana”, ne traggono guadagno perché ”invece di insegnarti a pescare, ti vendono il pesce che loro importano”.
L’avventura di Gatti-Bilal inizia dal Senegal, culla di desperados che sono pronti ad affrontare migliaia di chilometri, armati di pochi soldi e di molta speranza, sapendo che dovranno fare affidamento unicamente alle proprie forze perché “Dio non si occupa di immigrazione”.
Dal deserto del Nord Africa, si passa poi al centro di detenzione a Lampedusa, vero e proprio lager in cui “finiscono i nobili sentimenti dell’umanità. Oltre questo cancello entrano in scena gli accordi di Stato. Le menzogne dei loro governi. Il tradimento dei loro parlamentari”:è lo stesso Bilal a provare sulla propria pelle l’arroganza di certe forze dell’ordine e della stessa società che gestisce il centro. Torture fisiche e, soprattutto, mentali che devastano chiunque abbia avuto la sfortuna di nascere in un continente diverso dal nostro. E’ sicuramente questa la parte più violenta del “percorso di in-formazione” di Bilal, ma anche la più toccante, condita da (rari) sprazzi d’umanità: una piccola parte di questa società bestiale non ha dimenticato l’amore verso il prossimo, indipendentemente dal colore della pelle (è il caso degli stessi abitanti dell’isola, delle infermiere e del brigadiere che riesce a conquistarsi la fiducia di Bilal).
Infine, con il rilascio dalla “gabbia” (va sottolineato che, in tutti gli episodi descritti, Gatti riesce sempre a non far scoprire la propria identità), gli extracomunitari vengono spinti in cerca di un lavoro, pena il ritorno forzato in patria, la prigionia in un altro centro o chissà cos’altro.
Questa è la terza parte del libro:Bilal ci accompagna per l’ultimo viaggio. Da Nord a Sud, da Treviso a Foggia, ogni città è uguale e diversa alle altre quando, la mattina presto, gli immigrati in cerca di lavoro si mettono nelle mani di padroni senza scrupoli:“caporali” che sfruttano, spesso portandoli alla morte, i “braccianti figli di nessuno”.
Raramente qualcuno di questi poveretti si ribella a questa servitù della gleba, in ossequio a poche norme non scritte quali “la disponibilità di lavoro senza regole è il vero motore dell’immigrazione clandestina” e “un muratore clandestino in Italia guadagna più di un professore in Egitto”.
Devo ammettere che dopo la lettura ci si trova un po’ spaesati (e la vergogna di vivere sullo stesso suolo dei “padroni” è tanta): quello che sembra un thriller (indubbio è il talento letterario di Gatti:sull’ipotetico scaffale della libreria di cui sopra, affiancherei questo saggio-inchiesta ad un “Gomorra”, ad esempio)è purtroppo un affresco della realtà in cui viviamo, cronaca di ingiustizie che, spesso, accadono a pochi passi da casa nostra.
“La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole”. Un resoconto avvincente e spietato, da leggere e far leggere.
Marcello Baraldini
Marcello