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Patrimonio, di Philip Roth
Lo zampino di un grande scrittore è facilmente individuabile dai numerosi punti in comune presenti nelle sue opere.
Magari questa è solo una mania un po’ proustiana del sottoscritto (vedere “richiami” anche quando non ci sono) ma nel caso dei libri di Philip Roth (settantacinquenne ebreo di Newark, New Jersey), le tematiche affrontate nella sua opera omnia sono riassumibili sulle dita di una mano: il rapporto con i genitori (si veda a questo proposito “Lamento Di Portnoy”) i dissapori con la società (si può citare il pluripremiato “Pastorale Americana”)e con i canoni dettati dalla religione ebraica(su tutti “La Macchia Umana”, forse il capolavoro di Roth). E’ comunque quasi sempre la storia personale dello scrittore a fare capolino (ad esempio ne “Ho Sposato Un Comunista”), quando non addirittura la Storia vera e propria, quella con la esse maiuscola (nell’ottimo “Il Complotto Contro L’America” l’autore si diverte persino a riscriverla).
Durante la lettura di quest’ultimo “Patrimonio”, mi sono divertito ad immaginare il libro in questione come “lato B” dello splendido “Everyman” (uno dei punti più alti della produzione rothiana) uscito l’anno scorso…anche se forse è più sensato il contrario:vedere cioè “Patrimonio” come ispirazione-punto di partenza per “Everyman”, in quanto il primo (la più recente delle pubblicazioni di Roth per Einaudi), oggetto di questa recensione, risale al 1991.
I protagonisti di entrambi i libri entrano in contatto,(come due tolstojani Ivan Il’ic dei giorni nostri)con la presenza scomoda della morte,seppur in modo diverso:grazie ad essa impareranno a riconoscere la fragilità della loro vita, di chi li circonda, dei loro apparenti successi.
Ma attenzione:nel caso di “Patrimonio”,un sottotitolo ci avvisa che si tratta di “una storia vera”.
Ecco l’autobiografismo di cui si parlava:qui il protagonista è addirittura Hermann Roth, padre di Philip,l’io narrante. La forza di quest’ultimo è messa a dura prova quando incontra l’agonia del genitore, malato di tumore, che sembra aver perso il fascino e il genio di un tempo.
Questo male incurabile appare però più una batosta per il figlio che per il padre sofferente, in quanto Hermann dimostra una forza d’animo non comune:la superbia e la caparbietà (che una volta incutevano timore a Philip) si rivelano essere sintomi di una solidità interiore invidiabile e di una sensibilità sorprendente che,con lo stupore dell’autore e del lettore, ingrandiscono la figura (debilitata dalla malattia) di papà Roth.
La sua lotta eroica diventa uno spunto per delineare il ritratto di un grande uomo, ricordandone i successi lavorativi,le amicizie, gli amori, le passioni.
Anche di fronte ad un distacco ineluttabile,questo capofamiglia (la cui scorza mentale non sembra affatto indebolita)continua ad essere un punto di riferimento per i propri cari.
Insomma,lo sfondo del romanzo è quanto di più brutale la vita possa offrire: pareri medici negativi, decadimento fisico, angoscia per la separazione definitiva da una persona cara.
Ma il papà Hermann di Philip Roth non conosce il pessimismo della Paula di Isabel Allende né, tantomeno, quello della Veronika di Paulo Coelho: il tema analizzato sarà quindi la morte…però lo scrittore, con la consumata abilità che gli è propria, costruisce un bellissimo personaggio, descrivendone paradossalmente l’amore per la vita anche in un momento di sofferenza.
Purtuttavia, con la consapevolezza che il destino è implacabile: ”Se al cimitero non c’è nessuno che ti osserva, per far sembrare che il morto non sia morto puoi fare delle cose piuttosto strampalate. Ma, anche se riesci ad emozionarti quanto basta per avvertire la sua presenza, in ogni caso te ne vai senza di lui. Ciò che provano i cimiteri, almeno alle persone come me, non è che i morti sono presenti, ma che se ne sono andati. Loro se ne sono andati e noi ancora no. Questo è fondamentale…e per quanto inaccettabile lo si afferra abbastanza facilmente”.
Non lasciatevi scoraggiare quindi dalla trama, questo è un libro che insegna molte cose:una “lettera al padre” (provaci ancora,Franz)che testimonia per l’ennesima volta la grandezza di Philip Roth:autore che il noto critico Harold Bloom annovera fra i quattro pilastri viventi della letteratura statunitense (assieme a Thomas Pynchon, Don DeLillo e Cormac McCarthy).
Con abile mossa adescatrice l’Einaudi riporta costantemente, nelle “terze” di copertina dei romanzi di Roth pubblicati(16 su 27…alcuni con imperdonabile ritardo, come questo “Patrimonio”), i premi vinti dallo scrittore in oltre quarant’anni di carriera (National Medal Of Arts, Gold Medal of American Academy of Arts&Letters,2 National Book Awards,5 PEN Awards,Pulitzer Prize…citando solo i più recenti e limitandosi a quelli USA), accostando (giustamente e senza esagerare)Roth ad illustri predecessori come Faulkner e Bellow.
Strategie di marketing a parte,il voler ricordare il successo clamoroso (che,una volta tanto,è comunque forse inferiore alla bravura dell’autore in questione)di Roth spiega le numerose “candidature” vox populi che egli riceve, sistematicamente ogni anno, al Nobel per la letteratura:penso che un simile,vergognoso traguardo per i ripetuti “mancati conseguimenti” del premio (ovviamente circoscritti all’ambito letterario)sia toccato solo a Bob Dylan.
E’ vero che, alla fine, la grandezza di un personaggio non dipende certo da un premio,sebbene il più importante a livello mondiale:il Nobel sarebbe al massimo un’ulteriore conferma del talento dell’americano.
Comunque, che gli Accademici di Stoccolma vogliano o meno(“a prescindere”, direbbe Totò), Philip Roth uno spazio nella storia della letteratura se l’è guadagnato.
Marcello