Orfeo, il magazine degli studenti dell'Università di Ferrara

Lo spazio bianco, di Parrella Valeria

L’uscita di questo “Lo Spazio Bianco”,il suo primo “romanzo” (o lunghissimo racconto, se preferite), è stata a lungo attesa. La voglia di incontrare ancora una volta la prosa diretta e “giovane” che caratterizza questa ragazza (soprattutto l’uso lucido che fa delle metafore), non è stata delusa.
Premetto subito che la mia recensione è una pubblicità non troppo occulta ad un libro da leggere, che ci mostra una delle voci più interessanti della giovane scena narrativa italiana.
La trama, come in tutti i libri che attraggono, colpisce perché racconta la vita di una donna qualunque.
Maria lavora come insegnante in una scuola media serale di Napoli. Infrangendo la regola non scritta per cui “non si fanno figli a quarantadue anni”, dopo il sesto mese di gravidanza partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale.
Per Maria niente sarà come più prima. La speranza di portare sua figlia fuori di lì, i nuovi incontri con ragazze madri nati durante le attese insensate sui divanetti della sala d’aspetto, il degrado della città partenopea osservato da una finestra d’ospedale: saranno le componenti di un nuovo mondo strano e pericolante.
Questo è un libro che inizia raccontando una nascita, ma che è continuamente sospeso fra l’incertezza della vita e la paura di essere più deboli della morte: il dissidio è vissuto da una protagonista che “non sente curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza”. Nonostante la trama non proprio allegra, visto il tema , la scrittura della Parrella non cade mai nel patetismo o nell’ipocrisia e, soprattutto, non è mai solo un mezzo per raccontare. Ogni singola parola diventa la protagonista…non solo forma, ma anche contenuto.
Numerosi i momenti memorabili: su tutti i flashbacks sull’infanzia della protagonista, con i ricordi di vita in una famiglia operaia negli anni della Napoli infestata dal colera (dunque una finestra, aperta credo non involontariamente, sugli stessi problemi che la città sta affrontando nei nostri giorni).
Diverse critiche su presunte banalità del romanzo: luoghi comuni con riferimenti al quotidiano, le parlate popolari costruite, la love story col dottore un po’ “mocciana”, l’excursus sulla musicoterapia, la meccanicità di certe descrizioni.
Forse è vero, qualche caduta di tono c’è. Cosa da poco, difetti ignorabili, inciampi che non spezzano l’empatia che Valeria riesce a creare. Ritengo inoltre che le sensazioni di “freddezza” e “costruttività” che si provano durante la lettura siano parte integrante della trama, rappresentando al meglio i numerosi “spazi bianchi” in cui siamo trasportati insieme alla protagonista (corridoi d’ospedali, vite osservate dall’oblò di un’incubatrice, i vicoli di Napoli in cui la stessa Maria si perde): mondi vuoti e dolorosi ma in costante tensione, che contrastano con l’ambiente distaccato dell’aula in cui la donna insegna (proponendoci così un bel parallelo tra il parto della bambina e la maieutica dell’insegnamento).
Efficaci a questo proposito i ritratti, anzi spesso rapidi abbozzi, degli “alunni” della scuola: perlopiù camionisti, pensionati e stranieri che magari sono laureati in patria, ma nel nostro Paese fanno prima a “prendere la terza media ex novo anzichè aspettare le convalide dei consolati”. Leggete Lo Spazio Bianco, la prova del nove che conferma uno dei talenti della nostra narrativa, un’autrice che ad ogni prova ci riconquista. E che quindi non potrà che migliorare.
Parentesi personale: nel caso della Parrella, il fatto di averle parlato tempo fa ha confermato l’idea che mi ero costruito di lei leggendone le fatiche letterarie:
è una di quelle donne di cui dovresti innamorarti, che riusciranno sempre a stupirti e ad insegnarti qualcosa…a piacerti, insomma.