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Un minuto di storia
con Davide Nanni
In una società che ha vissuto, e vive tuttora, un intenso sviluppo, dove si viaggia, spesso e volentieri, ai ritmi frenetici della cosiddetta new economy, raramente si trova il tempo di riflettere sul proprio passato e fare un bilancio delle proprie scelte.
“Il tempo è denaro!”, quante volte è capitato di immolare la propria sete di conoscenza a questo imperativo, e figurarsi poi quando, a fare il conto con le scelte del passato non sono i singoli ma interi popoli. Purtroppo spesso si preferisce vivere l'attimo, senza farsi troppi problemi, e la storia è meglio relegarla al dibattito accademico, a specialisti del settore, salvo poi accorgersi che si rivivono quotidiani deja vù, come l'eterno e irrisolto conflitto israelo – palestinese ci ha dimostrato.
Gli antichi palavano di Historiae magistra vitae e Tucidide, storico greco del V sec. a.C., scrisse la sua più celebre opera, le Storie, proprio per narrare il più grande e spaventoso conflitto civile che fosse mai scoppiato nel mondo greco: la guerra del Peloponneso. Lo fece per invitare i suoi contemporanei a riflettere e ad evitare, in futuro, simili tragedie, come egli stesso scrive.
Anche Hannah Arendt scrisse, ormai quarant'anni fa, un bel libro : “La banalità del male”. Racconta un processo che si svolse nel 1961, in Israele; l'imputato è Adolf Eichmann, uno degli artefici della più grande tragedia del XX secolo: l'olocausto.
Il male che Eichmann incarna appare “banale”, e perciò tanto più terribile, perchè i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati. I macellai moderni non hanno più la “grandezza” dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.
Consiglierei la lettura di quel libro a quanti sostengono, prelati o meno, che l'olocausto non sia mai avvenuto; a quanti ancora propongono il boicottaggio dei prodotti israeliani o dei negozi ebraici, pensando di poter risolvere così una crisi internazionale la cui soluzione potrà essere solo l'integrazione e non l'odio contro qualcuno, sia esso ebreo o mussulmano; a quanti allo stadio ci vanno non per sostenere la loro squadra del cuore, ma per sfogare rabbie represse inneggiare a simboli di morte; a quanti, per rimuovere più facilmente un triste passato antisemita, ora si ergono a paladini del governo israeliano, qualunque cosa faccia.
È importante ricordare per non sbagliare, per migliorare noi stessi e il mondo in cui viviamo.